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17 aprile 2011

EPIGRAFE TOMBALE DI UN CAPUT PENIS

       

Marito infedele, padre spergiuro e presidente puttaniere, sedicente statista d’infima tacca, affarista spregiudicato, impunito imputato, miserabile patentato involgarito da una ricchezza ostentata con spudorata arroganza, scese in campo per cancellare l’Uguaglianza e finì per trasformare un’aula sordida e grigia in un miserevole bivacco per i suoi manipoli.

Politico degenere, cambiò al banco dei pegni dei diritti negati la
res publica in res privata e sulla piazza dei loschi affari incassò conflittuali interessi da usuraio senza che alcuno gli chiedesse il redde rationem.
Satrapo affetto da satiriasi senile, s’infognò nel suo delirio di onnipotenza, commissionò pluriamae leges ad personam et pro domo sua ad una torma di squallidi e zelanti manutengoli che ebbero perfino l’ardire di accreditare la menzogna sol perché così volle il loro signore e padrone il quale non a caso amava circondarsi di servi, mezzani, cortigiane e puttane.

Gretto riformista, ipocrita ed egoista, prevaricò il Bene Pubblico, distrusse lo Stato di Diritto e la Pubblica Istruzione, da saccente analfabeta promosse la privata ignoranza e dall’alto della sua
inindagabile ricchezza fece del meretricio la sua ragion d’essere dando a tutto e a tutti il prezzo della corruzione.

Novello eversore, infettò i gangli vitali dello Stato intaccando il sistema costituzionale, instaurò la dittatura della maggioranza abusando di un potere usurpato in forza di un
porcellum che lo rese ancora più porco di tutti in quella fattoria degli animali dove il regime mediatico esalò i suoi mefitici afrori con estremo sollazzo di certe vacche che affollarono notissimi lupanari dove gli allupati castroni, forse presaghi dell’imminente sciagura, si unirono al coro funesto delle prefiche troie intonando quell’inno scolpito sul marmo dell’umana insipienza il cui suono ancora riecheggia sull’erettile cippo tombale che fu:
Eri glande, glande, glande; come te eri glande solamente tu!”





permalink | inviato da usoforesteria il 17/4/2011 alle 11:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

1 marzo 2011

IN FORMA DI LETTERA APERTA

             


Mi chiedo cos’altro deve ancora succedere prima che certi eminenti burattinai recidano i fili che li legano ai loro onorevoli burattini concedendo a molti di loro perfino il beneficio di strappare il copione concordato e di recitare ad libitum non prima di aver indossato quella maschera che si chiana ipocrisia il cui etimo ben evidenzia un interesse di facciata che rende tutti loro così simili ai sepolcri imbiancati di evangelica memoria.
Conosco molto bene il modus operandi del clericalume imperante e so quanta e quale influenza eserciti sul fariseume trionfante, non dovrei stupirmi più di tanto per tale nefasto ascendente, eppure fatico a rassegnarmi all’idea di una chiesa non più ecclesia, ma cupola, camarilla, centro di potere e comitato d’affari. Quel che di marcio accade, avviene col beneplacito dei pupari in…tonacati, falsi e corrotti tanto quanto certi pupi che, partiti per la tangente, vanno ora per la maggiore o forse si illudono che così sia, si peritano perciò di essere bigotti e accondiscendenti fino alla sciocca piaggeria proprio perché sanno che un provvidenziale colpo di forbici può sempre tagliare quel filo doppio che lega gli uni agli altri in un perverso disegno che la Storia ogni tanto intesse intorno a papi che pensano di essere anche ostetrici e ginecologi (l’aborto terapeutico non esiste, ipse dixit herr ratzinger) e a sedicenti statisti d’infima tacca i quali più che promuovere il Bene Comune e inculcare il senso civico a cittadini ridotti a sudditi, passano il loro tempo a inculare, pardon, a infinocchiare un popolo bue e credulone, a servirsi dello Stato per distruggere la Res Publica, a coltivare i propri sporchi interessi e promuovere quella beata ignoranza grazie alla quale c’è sempre qualcuno che si arroga il diritto di pensare per conto terzi.

L’attualità italica da qualche tempo è sempre incinta, come la proverbiale mamma dei cretini che invece di abortire eliminando certe notissime tare genetiche connaturate al suo essere un ibrido teocratico coltivato in vitro dall’eversore di turno, partorisce una politica mostruosa ed eversiva certo degna dei vizzi lombi di cotanti padri e delle conseguenti torme di minus habentes incapaci di discernere il grano dal loglio.
L’aberrante frutto di una copula contro natura, direbbe il mio vecchio Prof di filosofia pensando al rapporto che in Italia lega indissolubilmente il trono e l’altare, una perversione nata nel momento in cui i preti hanno rubato a Dio quel che era di Dio sottraendo a Cesare perfino il diritto di esercitare il potere temporale senza avere sul collo il fiato mefitico di una gerarchia ecclesiastica deviata che ogni giorno di più si dimostra lontana dall'ideale evangelico e diabolicamente collusa con quanto di peggio possa esprimere una società preda dei peggiori istinti in cui a prevalere sono il falso perbenismo e gli interessi di parte, diventando essa stessa fautrice di una mutazione antropologica e culturale, oltre che religiosa, i cui deleteri effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Mi domando l'origine di tale indulgente complicità e, pur conoscendone la risposta, rifiuto di rispondere quasi che la verità potesse rendermi veramente libero e non più prigioniero di una morale dogmatica che
relega e rimanda nell'escatologia degli ideali traditi, salvo giustificare l’indifendibile comportamento del potente di turno verso il quale hic et nunc si mostra acquiescente e contestualizza la sua immoralità pregustandone il tornaconto ed evitando soprattutto di rivolgersi al novello tetrarca esclamando "Non ti è lecito!"
Era da tanto che volevo scrivervi, reverendi padri delle mie rotanti sfere, e ho evitato finora di farlo nella vana speranza di poter esser ancora fiero di professarmi "cattolico, apostolico e romano".
Ma non sono più niente di tutto questo! Forse è un bene, tuttavia per colpa vostra non vado più in chiesa, per colpa vostra sono diventato figlio della miscredenza e del dubbio, per colpa vostra non mi accosto più ai sacramenti e dubito che potrò farlo ancora, specie al pensiero di essere diventato anche anticlericale; ma non certo ateo, avendo dalla mia un intimo bisogno di Dio che mi porta, come il Poeta, ad affermare: "Ovunque il guardo giro, Immenso Dio ti vedo"! Faccio mio il tormento di Dostoevskji: "Quali terribili sofferenze mi é costata, e mi costa tuttora, questa sete di credere, che tanto più fortemente si fa sentire nella mia anima quanto più forti mi appaiono gli argomenti contrari."

Dovreste solo tremare all'idea che voi, reverendi padri, per quelli come me ormai fate parte, purtroppo a pieno titolo, degli argomenti contrari. Sputate sentenze, vi rotolate come porci nello sterco del diavolo, volete avere il monopolio sullo spaccio dei valori non negoziabili e intanto lucrate sia sulla nascita che sulla fine della vita dei vostri adepti. Perché è di questo che si tratta: lucro, nient’altro che vile pecunia!
Forse bisognerebbe mettere insieme gli scritti di Guglielmo da Ockham, Caterina da Siena e Martin Lutero per cercare di dar voce ad un disagio interiore, da sempre talmente comune ed evidente nella comunità ecclesiale, mai così lontana dalla gerarchia clericale, dinanzi al quale disagio perfino il cammello di evangelica memoria s’imbizzarrisce rifiutando di attraversare la cruna di un ago che la vostra incoerenza ha allargato a dismisura facendovi ipocriti servi di due padroni.
Mi domando se Dio e mammona possano convivere nei cosiddetti sacri palazzi apostoli, mi chiedo se il giovane ricco possa ancora abbracciare la sua croce e servire quel Prossimo dal quale ogni giorno vi allontana un modus vivendi da sfacciati e ricchi epuloni, in stridente contrasto col dettato evangelico e così complici di un potere temporale da Cristo stesso avversato, fino a indurvi ogni giorno a confondere Dio e Cesare, facendoli vostri sgabelli per usurpare il trono e l'altare, a tradire soprattutto la Buona Novella e a crocifiggere il Lazzaro di sempre raccontandogli la storiella di un Regno dei Cieli ad uso e consumo di un potere falsamente spirituale esercitato raschiando il barile di un depositum fidei del quale i più lungimiranti fra voi iniziano a vedere il fondo.

Forse è bene che tutto questo accada, d'altronde voi siete la più evidente manifestazione di quel
Mysterium iniquitatis di cui Paolo ha scritto (2 Ts 2,7) e sul quale la chiesa col suo insegnamento "dottrinario" (oserei dire) ha sempre taciuto. Proprio perché è nella chiesa che il male s'annida, riconoscerlo sarebbe come schiudere le uova di un serpente covate nel luogo dei falsi trionfi dal "dogma del fallimento del cristianesimo nella storia del mondo" come ebbe a scrivere il compianto Sergio Quinzio.
Dovreste andare a Canossa e, invertendo i ruoli, fare il percorso inverso che ogni giorno vi porta a bussare a denari, reclamando prebende e privilegi, a scendere a compromessi tradendo quel Cristo di cui è impossibile che voi possiate essere degli "alter" essendo voi intimamente tutt’altro e lontanissimi dal Gesù di Nazareth.
Mi chiedo se fra un impegno politico e l'altro, trovate ancora il tempo di recitare il Breviario o il Santo Rosario o, magari di celebrare Messa pensando che in fondo, come scrive Nietzsche, è esistito un solo Cristiano ed è morto sulla Croce. Come potere pensare di essere credibili se i primi ad essere in debito con quel che predicate siete proprio voi che razzolate male? Dovreste riscoprire le origini e la bellezza di un messaggio che la vostra incoerenza ha snaturato fino a renderlo palesemente falso, è la vostra stessa condotta di vita a dimostrarlo poiché "è dal frutto che riconoscerete l'albero".

Che Dio abbia pietà di voi, che quel Cristo di cui abusate fino a servirvene quasi fosse un'ideologia politica e un prodotto commerciale, possa un giorno chiedervi il
redde rationem senza "contestualizzare" il mercimonio che del Suo Nome fate con il ricco epulone di sempre, l’attuale si chiama forse silvio?
Per parte mia non posso che parlar chiaro (vi dice niente la parresia?) e biasimarvi fino al punto da scrivere un post in forma di lettera aperta che forse non leggerete mai.





permalink | inviato da usoforesteria il 1/3/2011 alle 16:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

11 febbraio 2011

E VOI PERCHE' GLI AVETE CREDUTO?

                                       

Non c’è limite al peggio, verrebbe da dire, eppure c’è chi palesa con penosa soddisfazione una patologica assuefazione all’attuale regressione comportamentale manifestando una sguaiata insofferenza verso ogni tentativo di arrestare una mutazione antropologica e culturale ormai irreversibile.
D’altronde non ci si può attendere altro da una torma di scherani e pennivendoli in servizio permanente effettivo, invasati fino al punto da negare l’evidenza e incapaci perfino di provare vergogna non già per le malefatte del loro signore e padrone, quanto per l’infimo grado raggiunto dal servilismo più spregevole, meritevole solo di essere biasimato e ricacciato nella spazzatura della Storia insieme a certi rifiuti altamente inquinanti che costituiscono un pericolo per ogni sistema democratico.
Non è più in gioco la morale o l’etica, quanto l’ordinamento democratico e l’esistenza stessa di Principi basilari sui quali trova fondamento uno Stato che, forse proprio perché participio passato del verso essere, è stato, per l’appunto, Patria del Diritto, divenuto nel frattempo patria di un dritto che pensa di poter fare i propri porci comodi, forte di un’indagabile ricchezza, con la pavida acquiescenza di un popolo sempre più bue, incapace di alzare la testa, sempre più ammansito e obnubilato da un regime mediatico che vorrebbe apparire perfino democratico e liberale, salvo manifestare il suo vero volto dispotico allorquando la corruzione evidenzia l’avanzato stato di decomposizione di certi sepolcri imbiancati che hanno fatto dell’ipocrisia la loro ragion d’essere. Qualche anima bella trova anche il tempo di meravigliarsi per questo stato di cose, dimenticando che ciò accade proprio perché il fariseume imperante è il braccio armato del clericalume trionfante, uno sciagurato disposto che, tanto per rimestare nella melma in cui sguazzano sovrani i vari caimani, rende gli uni pedofili e gli altri puttanieri. Un’immagine tutt’altro che metaforica di una realtà che solo i furbi patentati e gli orbi prezzolati fingono di non vedere.

E questi trovano anche il tempo di sputare sentenze, di giustificare o di coprire col silenzio complicità e responsabilità che li accomunano, stretti da un pactum sceleris degno più di un’associazione a delinquere che di una società di uomini liberi e forti o di uno Stato che dovrebbe avere ben altre regole di civile convivenza. Non è più tempo di indignarsi restandosene al chiuso delle proprie torri eburnee, bisogna reagire manifestando il proprio dissenso, riempiendo democraticamente le piazze, così come ci stanno insegnando i Popoli di un Mediterraneo in fiamme, stanchi di assistere impotenti al perpetuarsi del malaffare codificato ad uso e consumo di oligarchie, di cricche e potentati, così come peraltro accade in Italia dove la disonestà intellettuale e fattuale issata sul pennone più alto garrisce giuliva e impunita al vento del potere più arrogante e fescennino.
Non è più questione di pruderie o di boudoir, di violazione della privacy o dell’infatuazione di moralisti da strapazzo folgorati sulla via del falso perbenismo nel bordello-italia, quanto della consumazione di reati che, seppure “contestualizzati” dalla solita morale bacchettona clerico-fascista, e ridotti al rango di peccati, sono pur sempre il segno più evidente di un degrado della società che straripa col suo paludato putridume come certe fogne ingorgate dall’immondizia istituzionale sfociando nel mare magnum del conformismo dei bigotti dalla doppia morale.

Il vero scandalo non è dato da un satrapo che si circonda di odalische, prosseneti, ninfe e paraninfe, il vero problema è che gli Italiani (o sarebbe meglio dire gli italioti? Mai crasi sarebbe più indicata, giacché bisognerebbe essere degli idioti per dar credito ad un ciarlatano) trovano le vicende private di un sedicente statista più interessanti delle tremende accuse che lo riguardano: falso in bilancio, evasione fiscale, corruzione, concussione, per tacere di altre ben più gravi e seppure tutte da provare.
Un riccastro sfondato, statista per caso, nonno di cinque nipoti, che va dietro alle ragazzine, costituisce di per sé un pericolo pubblico, anche per l’immagine che suscita e per l’insegnamento (sic) che, forse inconsapevolmente, offre vellicando gli istinti più bassi e pecorecci della società maschilista e misogina.
Ma è ancora più pericoloso e deleterio un presidente puttaniere che si considera al di sopra della Legge reclamando un’impunità che suona già di condanna giacché se fosse innocente accetterebbe come tutti i comuni mortali di finire sul banco degli imputati e poi, come di certo a quelli come lui accadrebbe, di finire nelle patrie galere invece che nei palazzi del potere cercando ignobilmente il modo di sottrarsi alla Legge commissionando à la carte quel mostruoso corpus giuridico costituito dalle leges ad personam.

Non c’è più spazio per la pavida rassegnazione, bisogna reagire ponendo fine ad una commedia divenuta farsa proprio perché è necessario evitare che diventi tragedia così come vorrebbe un sedicente statista che ha legato il suo miserrimo destino a quello, nobilissimo, di una Nazione intera che non merita di essere rappresentata da siffatta teppaglia. A meno che non si voglia ancora dar credito ad un imbonitore che per salvare se stesso, calpesta ogni Principio e uccide l’Uguaglianza confidando nella corriva benevolenza della sua corte di miracolati, pervicacemente stretti intorno a lui nella salvaguardia di inconfessabili interessi per difendere i quali si cancella la divisione dei Poteri, si abusa dell’esecutivo per piegare il legislativo e rendere inoffensivo il giudiziario. Fa una certa pena vedere “ordinari” professori universitari e legulei cavillosi piegati al rango di servi che hanno dimenticato Platone, Giustiniano e Montesquieu; eppure tutto questo accade in Italia, paese-bue per antonomasia e antica convenzione geografica, dove sembra ancora echeggiare l’interrogativo di sempre: “E voi perché mi avete creduto?

Mi è capitata fra le mani una pagina del diario di Benedetto Croce, datata 2 dicembre 1943, la riporto con qualche piccola variazione proprio perché a distanza di anni ripropone un antico dilemma: il pagar dazio ad un fascismo perenne che periodicamente riemerge dal passato proprio quando la deriva autoritaria di certi mandriani è tale da ammansire fino all’impotenza la sovranità bovina di un popolo credulone, incapace di affrancarsi dal giogo di un regime mediatico per spegnere il quale è forse illusorio pensare che basta prendere in mano il telecomando (forse l’unico strumento democratico rimasto) per rompere gli stazzi e cambiare canale senza avere poi la forza d’animo di rispondere a quell’interrogativo:
E voi perché mi avete creduto?

Anche a me sovente sale dal petto un impeto contro di lui al pensiero della rovina a cui ha portato l’Italia e della corruttela profonda che lascia nella vita pubblica (…) Ma pure talvolta rifletto che ben potrà darsi il caso che gli storici revisionisti un giorno forse troveranno anche il modo d’esaltarlo. Perciò mentalmente m’indirizzo a loro, colà, in quel futuro mondo che sarà il loro, per avvertirli che lascino stare, che resistano alla seduzione delle tesi paradossali e ingegnose e “brillanti”, perché l’uomo, nella sua realtà, era di corta intelligenza, correlativa alla sua radicale deficienza di sensibilità morale, ignorante, di quell’ignoranza sostanziale, che è nel non intendere e non conoscere gli elementari rapporti della vita umana e civile; incapace di autocritica al pari che di scrupoli di coscienza, vanitosissimo, privo di ogni gusto in ogni sua parola o gesto, sempre tra il pacchiano e l’arrogante. Chiamato a rispondere del danno e dell’onta in cui ha gettato l’Italia, con le sue parole e la sua azione e con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui ci parla Giovanni Villani, il quale così rispose ai suoi compagni di esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E voi perché mi avete creduto?”.







permalink | inviato da usoforesteria il 11/2/2011 alle 13:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

16 gennaio 2011

QUO USQUE TANDEM ABUTERE PATIENTIA NOSTRA?


         


Fino a quando, Catilina, intendi dunque abusare della nostra pazienza?
Per quanto tempo ancora dovremo sopportare la tua invereconda richiesta d’impunità?
Fino a che punto si spingerà la tua irrefrenabile sfrontatezza?
Non ti turbano il presidio notturno del Palatino, la sete di Giustizia e di Legalità, l’angoscia del popolo, le proteste di tutti i cittadini onesti, e neppure la somma funzione di questo consesso, da te sovente vilipeso, né ti inquieta il degrado del Senato mutato in foro boario dalla tua sordida ambizione, né ti angoscia l’adirata espressione degli ultimi boni viri rimasti che, noncuranti dei malvezzi tuoi, incarnano imperterriti lo spirito immortale dei Padri Costituenti?
E come potresti ravvederti? Insofferente come sei al rispetto della Legge, ti manca perfino il senso dello Stato, di quello Stato di cui pure ti servi per darti una parvenza d’improbabile dignità.
Non ti accorgi che le tue malefatte sono ormai di pubblico dominio?
Non ti rendi conto che il tuo complotto è ostacolato dal fatto che tutti qui ormai ne sono a conoscenza?
Credi forse che qualcuno di noi ignori che cosa hai fatto la notte scorsa e quella precedente, in quale bordello sei stato, quali congiurati hai convocato, quali leggi ad personam hai commissionato e preteso e quali sciagurate decisioni hai preso?
O tempora! O mores! Il Senato è al corrente delle tue trame e delle tue corruttele, il Supremo Magistrato conosce le tue macchinazioni: eppure lui continua a vivere.
A vivere?
Non solo, ma addirittura viene in Senato, finge un interesse di facciata palesando un’ignavia corriva e mortale per le sorti del Bene Comune.
Quanto a noi, uomini di grande coraggio, siamo convinti di fare abbastanza per lo Stato, svelando i furiosi tentativi eversivi di costui, tesi a infrangere la Legge e a sovvertire, pro domo sua, le regole dell’ordinamento democratico.

Avresti meritato d’esser già messo in condizione di non nuocere a nessuno, Catilina, men che meno allo Stato; su di te avrebbe dovuto riversarsi quella sventura che da lungo tempo incombe purtroppo su noi tutti. Eppure contro di te, Catilina, un decreto del Senato severo ed energico lo possediamo: lo Stato non è privo della saggezza e della capacità di decisione del collegio senatorio; siamo noi consoli e rappresentanti del popolo, lo riconosco davanti a tutti, siamo noi a esser venuti meno al nostro dovere.
Infatti, abbiamo a disposizione un senatus consultum de re publica defendenda la cui efficacia è ben nota a tutti, eppure non vi ricorriamo, lo lasciamo inapplicato e ben chiuso nella pavida coscienza, come una spada nel fodero.
In base a tale determinazione, Catilina, avresti dovuto ricevere senza indugio l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Invece ti comporti e detti legge non per moderare la tua arroganza, ma per rafforzarla. Ma, quando ormai non si troverà più nessun uomo, tanto ingiusto, tanto corrotto, tanto simile a te, sarai allora chiamato a rispondere dei tuoi crimini. Finché ci sarà un solo servo che oserà difenderti, vivrai, ma vivrai come stai vivendo ora, assediato dalla tua scorta (e dalle tue escort - n.d.t) in modo che tu non possa ordire più oscure trame contro lo Stato.
Molti occhi e molte orecchie ti osserveranno e ti ascolteranno, senza che tu te ne accorga, come hanno fanno finora, così da costituire inoppugnabili fonti di prova allorquando sarai condotto con l’ignominia che meriti sul banco degli imputati.

O dei immortali! Che gente siamo? In quale nazione abitiamo, che governo abbiamo mai?
Qui, proprio qui in mezzo a noi, o senatori, in quest’assemblea, la più sacra e la più autorevole della terra, sono seduti quelli che tramano la fine della Res Publica, la distruzione di ogni principio di Libertà, Uguaglianza e Giustizia, perfino la morte stessa della Democrazia.
Che cosa c’è, Catilina, che ti possa trattenere ancora in questa nazione, nella quale non vi è nessuno, tranne la cricca dei tuoi scellerati complici, che non ti tema, che non ti abbia da sempre in odio?
Quale marchio di immoralità non bolla la tua vita privata?
Quale abuso di potere non rivela l’illegalità del tuo pubblico agire?
Quali azioni disonorevoli non macchiano la tua fama? Da quale dissolutezza rifuggirono mai i tuoi occhi, da quale delitto le tue mani, da quale esecrando scandalo la tua persona?
Quale pessimo ottimato, quale adolescente e meretrice, dopo averle irretite con gli allettamenti della tua corruzione, non hai spronato al delitto, al tradimento o alla passione più sfrenata? Che dire di più?
Quando, poco tempo fa, con la separazione della tua seconda moglie hai trasformato il talamo nuziale in alcova, non hai forse sommato alla protervia del libertino vanesio l’insolenza del satiro impenitente?
Fingo d’ignorare l’origine delle tue inindagabili ricchezze: ti accorgerai alle prossime Idi di marzo della minaccia che incombe sul tuo impero; ma è meglio non soffermarsi più di tanto sull’obbrobrio della tua vita privata, pur se quella ogni giorno intacca il Bene dello Stato e aggredisce la vita e la salvezza di tutti noi. Ma dimmi che vita è ora la tua? Ormai io ti rivolgo la parola non mosso dall’odio, come dovrei, ma dalla misericordia che tu peraltro non meriti.
Tu, nonostante riconosca, per la conoscenza che hai dei tuoi crimini, che perfino l’odio è giustificato e dovuto a te da tempo, esiti tuttavia ad allontanarti dagli occhi e dalla presenza di quelli cui ferisci la mente e l’anima.

Ora a odiarti e temerti è la Patria intera, madre comune di tutti noi, convinta che tu non accarezzi altro progetto che non sia la tua salvezza e la sua distruzione, poiché non rispetti l’autorità, denigri le Istituzioni, non accetti le sentenze; ma, forse, più di tutto dovrai finalmente iniziare a temere la forza vindice e pertinace del suo Popolo che come brace arde sotto la cenere del malcontento, pronta a divampare veemente al primo alito di vento.
Vista la situazione, Catilina, poiché non sei in grado di comportarti con decoro e dignità, perché non vai in esilio e affidi la tua vita, benché meritevole di soggiornare nelle patrie galere, a quella forma di fuga che è la dorata solitudine in qualche paradiso fiscale sparso nel tuo parco mondo?
Ma perché sprecare ancora fiato? Con la speranza forse che qualcosa ti pieghi, che prima o poi tu ti corregga e faccia ammenda delle tue scelleratezze, che tu giunga finalmente alla decisione di abbandonare il suolo patrio?
Ma non si deve pretendere che tu sia spinto dai tuoi vizi a temere le pene sancite dalla Legge, che ti sacrifichi per la difficile situazione in cui versa a cagion tua lo Stato intero. Infatti, Catilina, non sei certo il tipo che la vergogna trattiene dal compiere un’azione infamante o la paura dall’affrontare una contesa o la ragione dal commettere una follia.
Vattene insieme alla schiera impudente dei tuoi fidi scherani, raccogli i tuoi servi e le tue puttane, raccatta i cittadini peggiori e allontanati per favore dai migliori!
Vattene insomma una buona volta per tutte, là dove già in precedenza ti trascinava la tua sfrenata e insana mania, poiché ciò non ti provoca rimorso alcuno, ma una sorta di sconvolgente voluttà: per tale follia ti ha generato la natura, ti ha allenato la volontà, ti ha protetto il destino.

Hai scelto di dividere la tua sorte con quella di una masnada di mascalzoni, un’accozzaglia di uomini inetti e perduti, dediti come te al meretricio, non solo traditi dal Fato, ma anche privi di qualsivoglia aspirazione non segnata dall’olezzante afrore della pecunia.
Con loro chissà che felicità potrai sperimentare, quali gioie ti faranno esultare, quale immenso diletto ti inonderà quando ti accorgerai che in un così numeroso gruppo di manutengoli e leccaculo non ne ascolterai uno e non ne potrai vedere un altro che sia perbene.
A questo genere di vita erano indirizzate le tue fatiche, di cui si favoleggia: dormivi fuori dal tuo letto non solo per progettare un adulterio ma anche per commettere un delitto, vegliavi non solo per insidiare il sonno dei mariti ma anche i beni di cittadini onesti.
Mai in questa Nazione chi si è messo contro lo Stato ha potuto conservare i diritti civili.
Tuttavia, se pure non può mancare il timore di incorrere nel biasimo dei benpensanti, si può forse temere di più quello proveniente dall’aver operato con severo vigore oppure quello attirato da una malvagia indolenza? Quando l’Italia sarà sconvolta dalla ribellione, le città devastate, gli edifici dati alle fiamme, forse solo allora tutti verranno travolti dall’incendio del biasimo e si riavranno dal loro torpore.

Già da parecchio tempo, o senatori, ci troviamo in questo insidioso pericolo della congiura di Stato ordita dai suoi maggiorenti e giova a ben poco rammentare che il culmine di tutti i delitti, del furore antico e del dispotismo recente è stato raggiunto proprio nel corso degli ultimi tre lustri a causa di chi ha frodato il popolo di Roma e la gens italica abusando oltremodo del potere usurpato con l’inganno.
Se dunque di tutta questa banda di masnadieri viene eliminato soltanto il capo, forse ci illuderemo di esserci liberati dalla preoccupazione e dal terrore, ma per brevissimo tempo, giacché il pericolo perdurerà rimanendo chiuso nel profondo, nelle vene, nei gangli vitali e nelle viscere dello Stato.
Come spesso accade a chi è gravemente ammalato e, in preda all’arsura della febbre, beve dell’acqua fredda provando momentaneo sollievo e non comprende che in seguito le sue condizioni peggioreranno, così questo morbo che ora affligge la Repubblica, seppure alleviato dalla subitanea condanna di costui, si aggraverà se rimarranno impuniti i suoi complici, quelli che tuttora ne celebrano i fasti e le gesta.

Con la somma salvezza dello Stato, o Catilina, con la rovinosa distruzione tua e di quelli che si sono uniti a te in ogni delitto e nefandezza, piega il capo e il ginocchio al volere della Giustizia.
Tu, Giove, il cui culto è stato stabilito in questo luogo da Romolo con gli stessi auspici con cui è stata fondata Roma, tieni lontano costui e i suoi sodali dai tuoi templi e dalle Istituzioni, dalle case e dalle mura delle città italiche, dalla vita e dai beni di tutti i cittadini; e questi uomini, avversi ai buoni, nemici della Patria, predatori dell’Italia, uniti da un patto delittuoso e da una nefasta amicizia, puniscili vivi e morti con eterni supplizi.





Passi scelti (liberamente tradotti e interpretati) tratti dalla Prima Orazione contro Catilina, pronunciata in Senato da Marco Tullio Cicerone l’8 novembre 63 a. C.



 




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2 gennaio 2011

ANCHE NOI CREDEVAMO

                             

Per un po’ di tempo ho scelto di estraniarmi da tutto e da tutti e di fare del disinteresse un comodo alibi per rifiutare una realtà che non riesco a modificare, mi dibatto fra determinismo e casualità cercando una risposta che giustifichi perfino la mia ritrosia ad accettare l’ineluttabile sia pure suffragato da un Destino che, anche nei rapporti umani, mi ha lasciato in balia dei miei fantasmi. Ho preferito volgere lo sguardo altrove sperando di riuscire ad abituarmi al peggio, mi son rifugiato fra le pagine dei miei cari classici seguendo le rotte dell’Anonimo del Sublime, una sorta di esercizi di stile che periodicamente mi portano a solcare le onde di un impegno culturale mai del tutto soddisfatto e rimasto, ahimè, fra le secche di un passato in cui volentieri i miei pensieri s’incagliano e indugiano cercando nelle affioranti emozioni un motivo in più per continuare a navigare.
La seducente memoria di noi mi indurrebbe a parlare di te, ma non temere, non lo farò, anche se i lontani bagliori di un faro mi portano ugualmente a ricordare l’alba di un nuovo anno, di là da venire, atteso ai piedi di quel faro e i chicchi di un melograno rimasti come rubini ad arrossare un tramonto pennellato a tinte fosche su giorni sempre uguali. Tu sai quanto appagante sia per me la memoria, così come per te l’oblio, perciò piuttosto che spargere sale su ferite ancora sanguinanti evito di gettare l’ancora fra le pieghe della mente e riprendo a scrivere di tutto e di niente su questo blog, forse perché sollecitato da un’attualità, peraltro scientemente rifiutata, che per certi versi imporrebbe ben più di un’arida riflessione, ben più di un vano parlarsi addosso, tuttavia sono qui a scrivere ancora una volta sull’acqua stagnante delle illusioni perdute e degli ideali accesi dai giovanili ardori rimasti sotto la cenere del disincanto.

Lo faccio quasi per tacitare una coscienza stanca di illanguidirsi nell’ignavia dell’accomodante conformismo alimentato dall’egotismo più selvaggio che annulla e appiattisce ogni desiderio rendendo vano perfino il sogno di un’utopia giacché se alla parola non segue l’azione ogni buona intenzione è destinata a insterilirsi generando rassegnazione e, peggio, servilismo.
E’ inutile elencare tutto ciò che non va, basta guardare con occhi distratti una realtà resa viepiù falsa e virtuale da chi ha tutto l’interesse a esiliare il libero pensiero confinandolo negli steccati del falso perbenismo, per rendersi conto che la conseguente somma algebrica delle aspettative legate al Bene Comune è fortemente negativa laddove questa deve fare i conti con gli interessi di una sparuta minoranza che usa e abusa del potere usurpato con l'inganno per consolidare una rendita di posizione da cui dettar legge con la protervia di chi ha fondato sull’arroganza del capitale la sua ragion d’essere.
Sento vaneggiare di interesse generale, ma a prevalere è sempre il particulare: l’interesse personale e privato di chi bada bene a coltivare solo il proprio orticello, fregandosene di quello altrui, rimasto incolto e infestato dalla mala pianta di una politica corrotta, autoreferenziale, lontana anni luce dalle aspettative di un popolo preso prima a pretesto e poi a calci in culo da una classe cosiddetta dirigente inetta e spregiudicata, avvezza solo a consolidare gli interessi di bottega, di lobby, sette e camarille che, tanto per dire, cavalcano il malcontento sociale opportunamente aizzato, sfruttano i bisogni della povera gente e, magari anche Dio, per rendere ancora più bue e beota un popolo italiota mai così tosato e munto come l’attuale, incapace di redimersi motu proprio, di incazzarsi solennemente, liberandosi di sua sponte dal giogo di un’oppressione dei cuori e della mente il cui combinato disposto produce le peggiori illegalità sulle quali per carità di Patria e cristiana pietas preferisco stendere il classico velo pietoso.
Ma ciò non mi esime dal palesare lo sdegno di chi vive con profondo disagio la propria condizione di “cittadino” ridotto, suo malgrado, a “suddito” incapace di rassegnarsi a uno Stato di cose, un sultanato popolato da omuncoli, cortigiani, puttane e servi fidelizzati a questo capo-bastone o a quel leader carismatico, a questa cupola o a quella setta, a questo papa o a quel cardinale.

Mi provoca ancora un certo ribrezzo, il pensare ad aula sordida e grigia divenuta foro boario, lupanare e bivacco di manipoli, dove un titolato cavalier servente, degno esponente di cotanta teppaglia istituzionale al termine del suo agiografico panegirico volto ad esaltare le res gestae di satrapo, se ne esce con uno svenevole slogan propagandistico (“se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”) che la dice lunga sull’infimo grado raggiunto da siffatta vile gentaglia che ardisce dettar legge confidando unicamente sull’ignoranza palesata e su quella programmata.
Si vantano di aver riformato l’università, una ciliegina sulla torta di un’istruzione non a caso privata dell’aggettivo che più la qualificava, è destinata a diventare scuola borghese, di classe e di elite.
I plebei e i servi della gleba che votano per i patrizi devono iniziare a farsene una ragione: il figlio dell’operaio non sarà mai dottore, ma soprattutto non sarà mai uguale al figlio del professionista.
Ipse dixit berlusconi silvio la sera del 3 aprile 2006. Bisogna dargli atto: sta mantenendo le promesse!
Alla fine di ogni anno di solito si fanno consuntivi, si stilano classifiche, si pubblicano focus e dossier, si fanno auspici per quello appena iniziato e ci si accorge ben presto che tutto resterà miseramente uguale; a meno che un moto delle coscienze non stravolga e rivoluzioni dal basso un sistema avvitato su se stesso che, tanto per restare nell’ex bel paese, giustifica le vessazioni, permette le violenze, anche le più subdole, e perpetua le ingiustizie.

In un recente rapporto si legge che il 10% delle famiglie italiane possiede il 50% della ricchezza nazionale e già questo dato dovrebbe far riflettere quel 90% su cui grava il peso di tale disparità e più ancora dovrebbe far pensare il dato secondo cui il 50% delle famiglie italiane possiede (si fa per dire) il 10% della ricchezza nazionale. Non si tratta di essere comunisti fino al punto di pensare (sbagliando) che la proprietà sia un furto; bisognerebbe però chiedersi l’origine di certe inindagabili ricchezze e di come si è giunti a privare gli altri del modo di stare tutti meglio. Serve a ben poco riportare questi dati se poi non si fa nulla per ridistribuire il reddito, magari con le tasse, o per rimuovere quegli ostacoli che, di fatto, bloccano la mobilità sociale in un Paese mal governato da una cricca di sporchi oligarchi autocratici, in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Un Paese dove si tagliano i servizi pubblici, la sanità, l’istruzione e la ricerca e si spendono 15 miliardi di euro per acquistare 131 cacciabombardieri progettati per imbarcare anche testate nucleari. Magari torneranno utili per la prossima guerra, magari “santa” dichiarata tale dopo l’invito rivolto da herr ratzinger ai governanti baciapile per difendere i cristiani dalle persecuzioni.
A questo punto altre gerarchie di altre religioni potrebbero fare lo stesso e scatenare l’Armageddon finale!
Il fondamentalismo di ogni credo è da condannare a priori, ognuno dovrebbe esser libero di credere nel proprio Dio senza esser costretto a farlo dai laccioli di religioni fondate da uomini per la maggior gloria di altri uomini. Dio non c’entra niente con la chiesa dei papi, così come Egli si guarda bene dal frequentare qualsivoglia altra religione o tempio di culto in cui si celebra unicamente l’ipocrisia clericale.
E così in una spirale di violenza senza fine anche le religioni si confermano strumenti di potere e di terrore, il fanatismo di chi proclama il proprio dio migliore di altri aspetta solo momenti come questi per ripetere, ad esempio, quanto già fecero i cristiani dei vescovi Cirillo e Teofilo in quella stessa Alessandria d’Egitto dove non solo bruciarono i templi e la biblioteca più grande del mondo antico ma uccisero e smembrarono Ipazia (“astro incontaminato della sapiente cultura”) la prima martire offerta alla Scienza e al Libero Pensiero dall’oscurantista chiesa dei papi.
Forse ci vorrebbero un nuovo Umanesimo e un altro Risorgimento!






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13 novembre 2010

FORSE TACITO E SVETONIO CI AIUTANO A CAPIRE

                                      

Non so in quale altro Paese cosiddetto “normale” un primo ministro in crisi di credibilità e allegramente sputtanato da un modus vivendi rivelatore di un’indole a dir poco arrogante e spregevole, possa impunemente abusare del potere usurpato con l’inganno (grazie ad una legge-truffa che nel momento in cui attribuisce un premio di maggioranza a una coalizione palesa l’indubbia frode sottesa nelle elezioni-farsa) fino al punto da invocare la “guerra civile” come minacciosa risposta all’inevitabile richiesta di dimissioni avanzata da larghe fasce della società, non più disposta a subire passivamente le prepotenze e le angherie di un tiranno quasi fossero le regole non scritte di un perfido e scellerato gioco “democratico” dove il despota esce di scena solo quando crepa.
Sarà per questo che nel riferirsi a uno dei dioscuri dell’olimpo italiota bersagliato dai pennivendoli della real casa, egli se n’è uscito affermando “mi vuole morto fisicamente.”
Alla buon’ora, esclamo anch’io dinanzi al sordido squallore di un panorama politico che si rasserenerà solo quando brucerà di fatale consunzione la meteora berlusconiana i cui effetti già si colgono presso gli strati “più alti” di un’atmosfera in attesa di disperderne perfino il ricordo.
Ma se questi faranno il governo tecnico, noi gli scateneremo contro la guerra civile, avranno una reazione come nemmeno s’immaginano…”

Un’istigazione alla violenza gratuita, una chiamata alle armi forse influenzata dall’intollerante pensiero legaiolo che in certi ambienti va per la maggiore; forse un modo come un altro per “leggere” la psiche malata di un riccastro sfondato, narcisista e megalomane, che dinanzi al
redde rationem reagisce scompostamente e diventa un pericolo pubblico non solo per le istituzioni che indegnamente rappresenta, ma per l’intera Nazione le cui sorti sono in balia di un predatore il quale ha fomentato e cavalcato il malcontento sociale, ha legiferato pro domo sua pensando che la Res Publica fosse res privata, ovvero cosa sua, intesa nella gergale accezione di un termine esclusivo della cosiddetta onorata società.
Solo che stavolta il gioco sembra essergli sfuggito di mano, il grande imbonitore fatica a infinocchiare e si arrampica sugli specchi di un consenso elettorale eroso, finalmente, dalla capacità di giudizio di un popolo che, per quanto bue, forse si è stancato di subire l’oltraggio di un mandriano e dei suoi stallieri: un’accozzaglia di utili idioti e di cretini obbedienti sempre più simili ai cavalier serventi fra i quali non è raro vedere da ultimo anche qualche esemplare di bassa lega assurto al ruolo di porta posacenere.
Da un simile, insulso consesso di manutengoli e puttane, è il minimo che ci si possa aspettare!

In un recente articolo comparso sull’
Economist si cita l’epilogo dei Pagliacci di Leoncavallo, come silloge di quel che in Italia accade, un accostamento decisamente indovinato considerando quanto la compagnia di giro del citato melodramma assomigli a quella che calca le scene dell’attuale teatrino della politica, e lo diventa ancor di più quando, alla fine dell’opera, il pagliaccio Canio, dopo aver pugnalato a morte il pagliaccio Silvio, l’amante della moglie, avanza verso il pubblico e dice “La commedia è finita”.
Ecco, quelli che fino a qualche mese fa recitavano a soggetto seguendo supini le direttive di un regista attento solo a consolidare i suoi interessi e il suo cachet, in un resipiscente moto di dignità istituzionale hanno finalmente recitato il mea culpa prendendo le distanze da un modo spregiudicato e privatistico di concepire l’impegno politico e l’esercizio del potere, tanto da suscitare l’ira di colui il quale, novello re-sola, si identifica con lo Stato incarnando una visione padronale e autocratica del potere che è quanto di più perverso e lontano possa esistere in una democrazia, sia pure incompiuta e malata come la nostra, peraltro sempre più simile ad una satrapia con gli annessi e connessi che tale orrenda mutazione comporta. Harem compresi!

Non suoni irriverente l’accostamento di siffatta teppaglia istituzionale con i grandi del passato, è un esercizio che compio solo per diletto quasi a voler attutire l’impatto che sull’attualità hanno certi personaggi i quali sembrano la brutta copia di altri passati alla Storia, ma tant’è!

Ne prendo uno di nome Tiberio, uscito dalla “Vita dei Cesari” di Svetonio e ditemi se non vi ricorda qualcuno “abituato a giocare con la vita delle donne”.
Ne riporto qualche passo non prima di aver citato anche un compagno di merende di quel Tiberio, tale Sestio Gallo (che fa il paio con uno dei tanti prosseneti resi celebri dall’essere uno dei megafoni della voce del padrone) definito da Svetonio: “un vecchio libidinoso e scialacquatore” col quale Tiberio “accettò di cenare a patto che non cambiasse o togliesse nulla dalle sue abitudini, e che la cena fosse servita da fanciulle nude”. Il paragrafo 42 si chiude con un riferimento che è tutto un programma: “Infine istituì una nuova carica, quella di addetto ai piaceri, preponendovi il cavaliere romano Tito Cesonio Prisco”.
Chi è l’attuale addetto ai piaceri della real casa?
La risposta avrebbe varie opzioni, tutte ugualmente valide considerando i vari book dimenticati sulla scrivania dell’utilizzatore finale da “api regine” e da fuchi ronzanti servile ardore.

Il paragrafo 43 è ancora più realistico e se al posto di Capri si legge Sardegna, allora sembra quasi di vedere l’attuale villona di un villano divenuto zimbello del mondo intero: “Nel suo isolamento di Capri escogitò anche dei salottini con divani, sede segreta delle sue libidini, in cui gruppi di fanciulle e di invertiti, nonché gli inventori di accoppiamenti mostruosi – che egli chiamava spintrie – in triplice catena si prostituivano vicendevolmente davanti a lui, per eccitare con tale spettacolo la sua libidine ormai declinante. Camere da letto, disposte in vari luoghi, egli adornò con quadri e statue derivate dalle pitture e sculture più lascive, e le dotò dei libri di Elefantide (scrittrice greca autrice di poesie erotiche), perché a nessuno mancasse, nelle sue prestazioni, un modello per la posizione ordinatagli. Progettò anche, qua e là nelle selve e nei boschetti, dei luoghi dedicati a Venere affinché giovani d’ambo i sessi si prostituissero negli antri e nelle cavità delle rocce in aspetto di piccoli Pan e Ninfe”.
Svetonio nel paragrafo 57 del Libro Terzo ci regala un ritratto di Tiberio con delle connotazioni caratteriali che suonano molto attuali: “La sua indole crudele e piena di rancore non rimase nascosta nemmeno nella sua fanciullezza. Pare che per primo acutamente la notasse, e la definisse con un’immagine molto calzante, il suo maestro di retorica Teodoro di Gàdara, che ogni tanto lo rimproverava chiamandolo ‘fango intriso di sangue’. Ma assai più chiaramente, essa si rivelò nel principe anche nei primi tempi, quando cercava ancora di accattivarsi il favore della gente fingendo la moderazione”.

Il florilegio sul
novello Tiberio non può esser completo senza un accenno agli Annales (VI,1) di Tacito:
Dopo essere disceso più volte nei dintorni di Roma ed essere arrivato fino ai giardini presso il Tevere, ritornò alla solitudine dei suoi scogli sul mare, preso dalla vergogna delle sue scellerate dissolutezze che accendevano in lui una brama così violenta da indurlo, secondo l’uso dei re orientali, a compiere turpi atti di libidine su giovani di libera nascita. E la sua perversa passione era eccitata non solo dalla bellezza e dalla grazia fisica, ma in alcuni dall’ingenua purezza dell’adolescenza, in altri dalle nobili tradizioni del loro casato. Allora furono inventati i vocaboli fino a quel tempo sconosciuti di ‘sellari’ e di ‘spintrie’ derivanti l’uno dall’oscenità delle posizioni, l’altro dalle varie perversioni di passività sessuale a cui si doveva sottostare. Sovrintendevano degli schiavi addetti a cercare le vittime e a condurgliele; essi riservavano doni ai compiacenti e minacce a quanti si dimostravano riluttanti…

Come dire: una comparsata televisiva, una lauta marchetta, una partecipazione ad una
fiction, un futuro da soubrette nell’impero mediatico, un appartamento, un’auto di grossa cilindrata, vestiti e gioielli griffati in cambio dei servigi resi, meglio ancora una nomina nel sottobosco della politica e, male che vada, l’umanitario affidamento ad un’igienista dentale con un arrivederci e grazie.






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6 novembre 2010

DEL POTERE FESCENNINO

                

Squinzie, soubrette, escort, cortigiane, mignotte e puttane; lenoni, magnaccia, scherani, paraculi, manutengoli e ruffiani: sono questi gli abitanti di puttanopoli, capitale del bordello-italia, una suburra dove di “normale” c’è solo l’ideale di un lupanare in balia di un puttaniere assurto alla gloria del potere si direbbe unicamente per fottere e minchionare un’intera Nazione, se non fosse per quel colossale conflitto d’interessi (anche giudiziari e penali) in cui è invischiato, per vincere il quale ogni giorno egli froda il comune buon senso, mente spudoratamente con l’arroganza tipica dei farisei, infrange norme e regolamenti con la fattiva complicità di un “governo di scopo” all’uopo formato dal fior fiore della suddetta lasciva fauna, ben rappresentato da un “capo-gabinetto” abbrutito da una” inindagabile ricchezza” e involgarito dal plebeismo di una maggioranza parlamentare che, poiché frutto di cotanti vizzi lombi e vuote meningi, è sol degna d’esser definita per quello che è: l’aborto di un’insuperabile porcata.
Gli abusi e gli “ec…cessi” del potere sono sotto gli occhi di tutti, infoiati e infognati si dibattono nella merda da loro prodotta, da essi non può tracimare altro se non l’inquinante percolato dell’eversione democratica che invece di sedimentarsi nelle cloache sovversive, deborda spandendo nell’aria i miasmi degli abusi perpetrati in nome del malaffare e delle corruttele, così che tutti possono sentirne almeno la puzza, sputtanando in tal modo i furbi e gli orbi prezzolati che fingono di non vedere l’immondizia istituzionale del malgoverno “del fare” i cazzi propri: il do ut des è così diventata la versione più aulica del meretricio elevato a sistema da una classe politica autoreferenziale sempre più ignobile e arrogante.

Le performance sessuali di vecchi bavosi e im…potenti, ringalluzziti da qualche magico intruglio, non interesserebbero nessuno se non fosse per la metafora del potere che il loro agire induce e richiama nell’immaginario collettivo anche in ragione di un postulato popolare secondo cui futtiri è megghiu di cumannari. Un’espressione che a seconda delle circostanze (e delle convenienze) capovolge i termini di “relazione” mantenendo intatto l’intrinseco significato connaturato all’esercizio di un potere del quale volentieri si abusa credendo di infinocchiare un popolo intero o di “conquistare” ninfe plebee e prostitute d’alto bordo che, pur di guadagnare soldi e visibilità, si concedono al migliore offerente non prima di aver forse fumato e sniffato qualcosa, forse bevuto fino a ottundersi per rendere meno schifosa la copula con certi utilizzatori finali, abituati a comprare tutto e tutti, così come impone il puttanesimo esercitato in regime di monopolio da cupole e cricche aduse a praticare ogni forma di abuso codificato dalla pedissequa osservazione della legge del più forte, o presunto tale.

C’è chi esagera anche in questo e non fa nulla per contenersi (cribbio!) anzi spesso esibisce il suo ego ipertrofico come se non potesse fare a meno di palesare un patologico delirio di onnipotenza che lo porta a capovolgere la realtà, a mistificarla a suo uso e consumo; un soggetto che per il ruolo indegnamente ricoperto, dovrebbe quantomeno rispondere di mendacio, considerando la propensione a negare l’evidenza, a smentire se stesso e gli abusi commessi, dimostrando una volta di più che la menzogna istituzionale sta allo Stato come la disinformazione alla libera stampa.
Avessero almeno provato a mettere un limite per evitare che gli ec…cessi di pochi divenissero le fogne a cielo aperto di tutti! Invece niente, con buona e sempiterna pace di quei cervelli portati all’ammasso nei putridi letamai del falso perbenismo gestiti dal clericalume imperante che lucra sul plusvalore prodotto dal fariseume trionfante, fino al punto da trovare anche il modo di “contestualizzare” gli effetti di una mala-etica giustificando ogni crimine, soverchieria e intemperanza nel nome di doppie e triple morali.

O tempora, o mores! Vale ancora la pena di palesare il proprio disgusto dinanzi alle inaudite perversioni di un sedicente statista privo del senso dello Stato, sessista e maschilista, che ha fatto dell’ipocrisia la sua ragion d’essere? Forse sì, ed è bene farlo proprio perché confortati dal clima da basso impero e di decadenza che stiamo vivendo. Non si tratta di essere moralisti o puritani come taluni accusano altri, ma soltanto di rivendicare un elementare diritto: quello di pretendere un minimo di onestà e di dignità da parte di una classe dirigente che proprio perché palesemente disonesta e indegna si trasforma in classe digerente vellicando le peggiori pulsioni di un popolo volutamente confinato negli steccati dalla crassa ignoranza di mandriani inetti e baciapile verso i quali non è mai abbastanza manifestare tutto il massimo disprezzo, specie nel momento in cui si avvicina l’epilogo di una farsa inscenata da una compagnia di reprobi, pronti (come hanno detto) a vender cara la pelle.
La serva Italia è paralizzata, si sente dire da più parti, altri affermano che è in movimento e questi altri sono proprio quelli che l’hanno mandata a puttane in una sorta di moto a luogo che di logico ha ben poco poiché risponde solo alle variabili di leggi di mercato (e anatomiche) dettate più dagli interessi di sporchi oligarchi e dalle misure (e dalle tariffe) delle occasionali e scaltre odalische che frequentano i loro harem.
Qualche altro dice che bisogna solo aspettare sulla riva del fiume il passaggio del cadavere del proprio nemico, soprattutto perché il deus ex machina ha rotto i freni inibitori, è privo di autocontrollo, procede verso il baratro con la forza di gravità ed accelera irrimediabilmente verso il disastro finale trascinandosi dietro una torma di nani e ballerine.

A leggere i giornali di questi giorni si rimane quasi increduli, possibile che accadano certe cose senza che i protagonisti e i complici provino un minimo di vergogna?
L’immagine che all’estero si ha dell’ex bel paese, da quasi vent’anni, è peggiore di ogni giudizio formulato dagli osservatori nostrani, proprio perché filtrato dall’obiettivo di un modo di essere semplicemente “cittadini” sconosciuto a una massa di sudditi italioti che, a sentire qualche impresario della real casa, avrebbero risolto col voto (sic) il conflitto d’interessi in cui è impelagato il sovrano arrivando perfino a confondere il consenso con l’impunità reclamata a viva voce dall’intemperante satiro populista, un potenziale avanzo di galera, che si permette anche il lusso di paragonarsi a Giustiniano.
E, come se non bastasse, ora vorrebbe passare anche per vittima, non escludendo, come causa del suo commendevole disordine comportamentale, una vendetta della mafia poiché afferma di aver combattuto come nessun altro mai la criminalità organizzata. Forse dimentica i tagli apportati dal suo malgoverno alle Forze dell’Ordine e alla Giustizia e ignora che l’attività investigativa svolta proprio da quei settori così fortemente penalizzati, non può essere brandita come un trofeo di guerra. Al solito, millanta meriti che non ha e si appropria dei successi altrui.

Un modo miserrimo di mettere le mani avanti (forse perché da Palermo giunge l’eco di un “regolamento di conti finale” supportato da nuove rivelazioni, vere o presunte, sulle stragi mafiose) rispolverando la solita teoria del complotto ordito a suo danno. Non c’è male per uno che si dimena fra manie di grandezza e di persecuzione. Stavo per scrivere di “prostituzione” sollecitato dall’ennesimo annuncio di una stretta sul mercato del sesso on the road, l’effetto propagandistico del provvedimento governativo insegue l’incompiuto miracolo dell’immondizia partenopea, nascondendo la polvere delle passeggiatrici sotto al tappeto dell’asfalto del moralismo da marciapiede. Naturalmente se la prende con l’anello più debole, salvaguardando le escort da mille e più euro a botta e i danarosi clienti che le ricevono nei loro boudoir.
Un giorno, spero vicino, qualcuno dovrà trovare la forza di ribellarsi a questo stato di cose proprio per evitare che la “berlusconeide” finisca in tragedia ricacciando nella spazzatura della Storia un rifiuto della politica carismatica che periodicamente riemerge dai bassifondi melmosi di popoli privi di nerbo e di ideali in una sorta di corsi e ricorsi che permettono a certi squallidi omuncoli della provvidenza di rinverdire i fasti (e i fasci) di un fascismo perenne mostrando il volto più turpe e fescennino del potere.







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1 novembre 2010

SODOMITALY

                                                      
                                       
                                        
                                          “Benigni" versi retroattivi e reiterabili ad libitum

                                      “Se quella notte, per divin consiglio,
                                la donna Rosa, concependo silvio,
                                avesse dato ad un uomo di Milano
                                invece della topa il deretano
                                l’avrebbe preso in culo quella sera
                                sol donna Rosa e non l’Italia intera."



 

                                                  


 




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20 ottobre 2010

UN GUSCIO VUOTO

      
       


Mia madre ieri sera ha visto il telegiornale e alla notizia del lodo alfa-nano (così lo ha chiamato) con effetto retroattivo, ha così commentato: "Spero di vivere abbastanza per vedere la fine di berlusconi, che di certo ora punta al Quirinale. Un imputato che scende a patti col diavolo per non farsi giudicare, rischia si diventare capo dei giudici. Te lo immagini uno come lui ascendere sul colle più alto (niente male per l'unto del signore) e diventare anche presidente del consiglio superiore della magistratura?"
Io non me lo immagino proprio poiché spero che il referendum confermativo abroghi un obbrobrio "costituzionale" che evito di chiamare lodo e legge, prim'ancora che il beneficiario unico di tale ennesima porcata possa fregiarsi immeritatamente perfino del titolo di presidente della repubblica diventando poi anche senatore a vita. Uno spregevole tycoon ai vertici delle istituzioni, il compimento di una beffa, una farsa in aggiunta alla iattura di una nazione che già ora può mutare nome e chiamarsi berlusconistan.
E poi c'è quel "retroattivo" che col suo effetto irriverente per il codice e quant'altro, sembra una colossale presa per il podice. L'ennesima alla quale suo malgrado deve sottostare l'omino di una vignetta di Altan, icona dell'italiano medio, che si rivolge con fare interrogativo a chi gli punta l'ombrello nelle chiappe sentendosi rispondere: non abbia timore, trattasi di effetto retroattivo!
Mi auguro soltanto che quando tutto questo sarà finito, qualcuno riesca a provare un po' di umana vergogna, non fosse altro per il servilismo dimostrato, anche se ben ripagato, a cagione di un intelletto che sembra aver perso il lume della ragione.
Da una parte la mania di grandezza e di onnipotenza, dall'altra l'insuperabile complesso di inferiorità che porta i suoi scherani e i suoi manutengoli a comportarsi peggio dei servi e delle puttane.

Ostentare sovrano distacco dinanzi alla sozzura legislativa prodotta dal ceto politico sarebbe quanto meno riprovevole, lavarsi le mani non servirebbe a niente specie nel momento in cui l'igiene istituzionale è a rischio e imporrebbe ben altre misure democratiche del più accomodante disimpegno qualunquista.

Pertanto si cominci almeno ad esprimere il proprio disagio, la propria civile protesta, dando il benservito ai sedicenti rappresentanti di un popolo così distratto e bue da non accorgersi dell'errore in cui è occorso quando ha deciso di mettere il proprio destino nelle mani di inqualificabili personaggi verso i quali è cosa buona e giusta manifestare ogni giorno il proprio disprezzo, a condizione che se ne abbia abbastanza da riuscire a ripagare con la giusta dose di biasimo gli eccessi e gli abusi di un potere sempre più arrogante, pervasivo e deleterio per le sorti non più della Nazione (ormai disgregatasi sotto le spinte secessioniste legaiole) quanto di quella che ormai solo per eufemistica convenzione, viene definita Democrazia.
Un termine che, al pari di altri come Libertà, Legalità e Giustizia, è stato scientificamente svuotato del suo profondo significato concettuale proprio per distruggere il Principio di Uguaglianza dal quale non si può mai prescindere, pena il graduale pervenire a uno stato di cose che lentamente corrode le fondamenta e intacca in nuce l'idea stessa di Res Publica, la pregiudica distruggendo il fine ultimo a essa sotteso, ovvero il perseguimento del Bene Comune, aprendo in tal modo la strada ad uno strisciante sistema totalitario i cui effetti nefasti si manifestano proprio con l'instaurarsi di un'oligarchia; così come in Italia accade, senza che tale mostruosa mutazione venga impedita innanzi tutto dai cosiddetti organi di garanzia, oltremodo corrivi, e poi da quel popolo divenuto entità astratta proprio perché esautorato e svilito dall'aver delegato ad un sistema eversivo e corrotto il compito di pensare (e agire) per conto terzi.

Mi sembra sempre di ripetere gli stessi concetti, lo faccio soprattutto per me, inguaribile idealista soggiogato da un'idea di Libertà maturata nel buio di un seminario e illuminata dall'insegnamento di un professore di filosofia (per ironia della sorte figlio di un gerarca fascista) e dalla corrispondenza di amorosi sensi con una "compagna" di liceo, per nascita e censo arroccata sul fronte opposto al mio, con la quale intrapresi per così dire un percorso di formazione grazie al quale Nietzsche e Marx continuano a stringersi la mano prendendo il meglio di entrambi. Stento a ritrovarmi in una società che, tanto per dire, pensa di essere libera e democratica, magari si proclama anche cattolica e cristiana, ma poi vive prigioniera del falso perbenismo e si comporta in antitesi col dettato evangelico e con ogni altra dottrina ispirata dal concetto di aequalitas.
Non è più questione di sola speculazione concettuale a fronte di una politica politicante (che in quanto ante e/o anti) antepone e contrappone se stessa e i propri interessi a quelli più generali della Polis essendo per l'appunto contraria (per principio) a quella che i Greci chiamavano eleutherìa, la Libertà che si sublima solo quando assicura la felicità, e siccome la seconda per taluni deve essere esclusiva di pochi, ecco manifestarsi in tutta la sua mostruosa nefandezza, l'anomalia tipicamente italiana di un presidente del consilvio che nel momento in cui sproloquia di libertà, la uccide proprio perché deve garantire la sua eudaimonìa, una felicità, nel caso in questione, comprata, effimera, falsa, costruita con l'inganno e il pregiudizio di chi con la frode antepone il proprio ego a quello degli altri.

Il guaio è che siffatta gentaglia assurge alle glorie del potere non per spirito di servizio, ma per servirsi dello Stato e delle sue guarentigie per (auto) legittimare le proprie malefatte continuando in tal modo a violare quella legge che viene all'occasione piegata a seconda delle contingenze del momento.
Un uso così strumentale del potere e della politica, che diviene mezzo e fine, forse non si era mai visto in un contesto apparentemente democratico dove quel che più conta è l'immagine percepita, non l'essenza di un discutibile portato individuale così incline a offrire di sé l'aspetto esteriore che, per quanto peggiore possa essere, viene edulcorato da un messaggio di pura propaganda mediatica che legittima l'illecito, specie nel momento in cui si perita additare al pubblico ludibrio la pagliuzza intravista nell'occhio del prossimo e si rifugge la gogna costruita dalla propria trave nell'immaginario collettivo così ben vellicato da un clima da basso impero che, tanto per dire, non sembra per nulla turbato dalla notizia di un diavolo dei paradisi fiscali che elude e raggira il pubblico erario facendosi anche beffa di quanti lo invitano a togliere il disturbo.

Con tante magioni sparse nel suo "parco" mondo, il poveretto non sa in quale andare e lo dice pure con l'impudenza tipica del pre-potente di turno che dovrebbe almeno fingere di spiegare l'origine delle sue inindagabili ricchezze, a meno che il compito non sia così improbo da rendere il suo intero impero frutto di malversazioni e ruberie e perciò meritevole di essere blindato con la corazza del privilegio. L'etimo delle parole, il valore semantico direbbe il mio prof di lettere, rivela più di ogni altro il carattere e, di conseguenza, l'azione dallo stesso ispirata per mettere in pratica ciò che ognuno si propone. Lascio ai più volenterosi il compito di andare a spulciare qualche dizionario etimologico, agli altri basti sapere che il privilegio di un singolo per certi versi nel diritto pubblico equivale a tutti gli effetti a quello delle plurimae leges ad personam. Qualcosa che nel caso del lupus in fabula rende perfino superati gli effetti degli arcana imperii annullati dalla boriosa presunzione di poter fare e disfare a proprio piacimento confidando nella fiduciosa dabbenaggine di una torma di cortigiani, ciambellani e buffoni di corte che si comportano come gli utili idioti di Lenin e gli regalano uno scudo giudiziario forgiato ad hoc con la fusione delle spoglie del fu Stato di Diritto.
E cos'altro è il privilegio di casta se non la presunzione data dall'essere legibus solutus?
Perché non dotarsi allora di un partito-azienda e investire sulla politica? Sembra la scoperta dell'acqua calda, eppure c'è chi l'ha fatto con estremo sollazzo e profitto unendo l'utile del potere, inteso in senso lato, al dilettevole degli interessi personali ancorché conflittuali con l'idea stessa dello Stato. Pinzillacchere per un famigerato self made man, ambizioso e dissoluto venuto su dal nulla e cresciuto come un fungo prataiolo nelle nebbiose opacità di banche fertilizzate dal riciclo di capitali sporchi olezzanti mafioso afrore. Ormai non fa più effetto (la puzza della discesa ponzata alla bisogna), eppure i suoi flatulenti coreuti la ripetono come un mantra propiziatorio quasi a voler esorcizzare il rischio di restare senza padrone. L'allocuzione scendere in campo dovrebbe far riflettere quanti sono caduti così in basso da scendere per l'appunto a compromessi con la propria coscienza, semmai ne avessero una, e con quella, puntualmente ingannata di un popolo ego-deferente dominato dal culto dell'immagine e incapace di discernere il grano dal loglio. Dio, come siamo caduti in basso!

Chi è sottoposto alla legge e la osserva non dovrebbe avere alcun patema d'animo nel farsi giudicare, eppure c'è qualcuno che cerca con ogni mezzo di sfuggirle, ma così facendo non fa altro che avvalorare le notitiae criminis che lo riguardano emettendo egli stesso un verdetto di colpevolezza che nessuna depenalizzazione potrà mondare, meno ancora potrà lavare l'onta di vedersi condannato non da giudici compiacenti e prezzolati quanto dal giudizio vindice della Storia. Colui il quale non potendone più dell'afrore che emana l'accompagnarsi agli affanni e agli affari dell'onorata società e s'inventa un ritratto di statista per darsi un'aura di santità, non può che coprire l'odore dei soldi con l'ombra del potere.
Ho citato i titoli di due libri paradigmatici scritti anni fa, ma che ben rappresentano il momento presente. Sarebbe bene che qualcuno avesse l'onestà intellettuale di leggerli, ma dubito che la libertà dei servi (altro titolo) sia tale da far loro capire con chi hanno a che fare, dato che sarebbe come segare il ramo sul quale sono seduti. Cadere da così vertiginose altezze comporterebbe qualche rischio per gente priva di dignità e così si dimenano come ossessi fra un predellino e un trampolino, attenti solo a non precipitare in una piscina senza più l'acqua chiara della legalità, ben rappresentata da un'aula sordida e grigia trasformata in bivacco di manipoli dove la dittatura della maggioranza mette sovente a rischio l'ordinamento costituzionale e i suoi cardini, considerati d'impaccio dal loro signore e padrone.

Ho bisogno di aria pura! Chiudo i giornali che scrivono di spudorati premier scudati, di potenziali avanzi di galera divenuti legislatori, di infernali paradisi fiscali, di ville e villone di statisti villani, di diavoli off-shore, di cariche della polizia contro cittadini inermi, di notissimi padri e figli disonesti indagati per evasione fiscale: talis pater, talis filius...e via di questo passo verso una successione dinastica che sarebbe come dare il colpo di grazia ad una morente e incompiuta democrazia.
Ho bisogno di aria pulita, spengo la tv che da giorni trasforma in trash mediatico un orrore antico ed esco fuori, non importa se piove (il governo resta comunque ladro, ruba perfino la speranza ai precari).
A pochi chilometri da qui si è consumata un'agghiacciante tragedia familiare, qualcuno ha scomodato gli Atridi e Clitennestra, altri ancora Ifigenia in Aulide ed Euripide, ma anche se siamo in quella che fu la Magna Grecia, qui non c'è traccia di epos e pathos: ci sono soltanto la morte e la follia ingigantita dagli archetipi potenti e ancestrali dei legami di sangue.
Rivedo una dopo l'altra le immagini dei personaggi coinvolti, l'unica che sembra fuori luogo col suo innocente candore è proprio quella della vittima, sacrificale, ha aggiunto qualcuno quasi a voler ancor più psicanalizzare una situazione dai risvolti più che torbidi.


Piove a dirotto, voglio sentire il suono della pioggia sull'ombrello, la voce del vento e il mio calpestio sul selciato, prima di inzaccherarmi gli stivali di fango camminando senza meta fra gli ulivi.
Le foglie secche calpestate non crepitano più come d'estate, ora sono state ammucchiate in cerchi dai contadini seguendo la fronda degli alberi pronti a raccogliere il frutto dell'albero all'uomo donato da Atena-Minerva .
Ascolto la voce di Madre Natura, osservo i pettirossi saltellare sulle zampine mentre rincorrono le olive mature appena cadute dagli alberi scossi dal vento. Sembra ne vadano ghiotti, anche se altri preferiscono i vicini corbezzoli; noncuranti della mia presenza continuano a banchettare con i passeri che si confondono con loro, pronti anch'essi ad assaggiare qualcosa. Non c'è brama del possesso!
Penso a quanto accade in altri ambiti considerati a torto superiori (giusto per restare nel regno animale) e mi sovviene un passo dello Spirito delle Leggi di Montesquieu, laddove nel capitolo dedicato al Principio della Democrazia si parla di Virtù: "Quando la virtù cessa, l'ambizione entra nei cuori che possono riceverla e in tutti entra l'avarizia.
I desideri cambiano oggetto: ciò che si amava, non lo si ama più; si era liberi con le leggi, si vuol esser liberi contro di esse; ogni cittadino è come uno schiavo fuggito dalla casa del padrone; quello
che era massima, lo si chiama rigore; quello che era regola, lo si chiama impaccio; quello che era riguardo lo si chiama paura. E' la frugalità che passa per avarizia, e non la brama di possedere. Un tempo i beni dei privati formavano il tesoro pubblico; ma ora il tesoro pubblico diventa il patrimonio dei privati. La repubblica è un guscio vuoto; e la sua forza non è più che il potere di alcuni cittadini e la licenza di tutti."








permalink | inviato da usoforesteria il 20/10/2010 alle 19:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

11 ottobre 2010

SPETTATORI CONSAPEVOLI E DISTRATTI

                       
 
Macchina del fango
e cloaca maxima: sono queste le immagini che meglio rappresentano, nostro malgrado, l'Italia al tempo di silvio; gli effetti deleteri della prima risaltano subito agli occhi degli astanti più sprovveduti e creduloni, adusi a fermarsi alle apparenze artatamente sollecitate dal killeraggio mediatico ordito e attuato dai servi del dominus ex machina; mentre quelli della seconda, seppure esalanti mefitici afrori, lasciano appena intravedere l'origine di un inquinamento istituzionale fatto di sistematiche menzogne, di articolate corruttele e ruberie che solo il tempo depurerà dalle scorie di un potere autoreferenziale che come acqua di sentina ogni giorno deborda dai miasmatici palazzi del potere.
In tale contesto il character assassination degli avversari del potente di turno è uno dei prodotti del degrado politico, opportunamente usato diventa un'arma letale a disposizione di squallidi pennivendoli che su commissione pescano nel torbido per ammorbare ulteriormente un lupanare in cui oltre al meretricio dei corpi e delle coscienze, si manipola la realtà, si cancellano i fatti, si macchia indelebilmente la reputazione di un personaggio pubblico inviso al tenutario del bordello; si compie cioè un vero e proprio "assassinio mediatico" i cui mandanti ed esecutori ricorrono all'unico mezzo di cui dispongono: la disinformazione amplificata dai megafoni della voce del padrone.
Ormai le vittime di questo gioco al massacro non si contano più, costituiscono l'indice più evidente di un sistema infame che ricorre a tutto pur di sopravvivere violando i principi basilari della civile convivenza.

La prova che il Palazzo comincia a scricchiolare non è fornita solo dalla conflittualità istituzionale o dal cortocircuito costituzionale ma, soprattutto dal malaffare connaturato all'uso spregiudicato del potere esercitato in funzione d'inconfessabili interessi e a quello che si scrive (o non si scrive) sui giornali dell'editore (e del partito) di riferimento con la diffusione di dossier più o meno falsi e compromettenti.
La spia del malessere democratico lampeggia quando il sistema ricorre alla sublimazione del veleno cartaceo non come strumento di informazione, ma di lotta politica; una sorta di mitridatizzazione che sta lentamente uccidendo il senso critico di un'opinione pubblica schiacciata dal pensiero unico.
Già nella Roma imperiale e papalina più che il pugnale poté l'arsenico. Oggi quelli che erano gli intrugli letali del passato, si chiamano dossier, allusioni, rumors, messaggi in codice sparati in prima pagina su giornali che, per l'occasione, si trasformano in fucili con il colpo in canna.
Il bello, anzi il brutto (il buono manca del tutto) di questa intossicazione generale, è che i signori del veleno, cioè i mandanti e i burattini del tutti contro tutti, muovano i fili e spostino le pedine rivelando una verginità d'intenti lungi dall'esser tale in un mondo in cui solo i magnaccia e le puttane hanno diritto di residenza. Il che, in verità, è agevolato dalla legge universale della lotta politica, nella quale gli altri sono gli avversari, mentre i colleghi di coalizione sono i veri nemici. Se poi a questo mosaico, degno di una suburra, si aggiungono i tasselli di un mondo finanziario e imprenditoriale corrivo, forte e debole nello stesso tempo, e soprattutto smanioso di protezioni, incentivi, e benedizioni da parte degli inquilini del Palazzo, allora il quadro si fa più chiaro di quanto certi prezzolati "critici d'arte" vorrebbero far credere.

L'unica cosa da fare è resistere, rinforzare gli argini della legalità e aspettare l'ondata di piena che inevitabilmente si abbatterà su di un Paese dove allignano lo scoraggiamento, la rassegnazione del tanto peggio tanto meglio e l'assuefazione al fetore prodotto dall'ammorbante corruzione dei potenti.
Una situazione chiaramente patologica dove il rimedio proposto dai cerusici di corte è peggiore del male imposto dai legulei del cavillo che tritta e galippa indisturbato fra i commi della legge del più forte. Servirebbe la mossa del cavallo per scrollarsi di dosso il peso di uno squallido ronzinante che fra una putinata e l'altra trova anche il modo di schierare i suoi predoni-pedoni su di una scacchiera in cui le regole del gioco sono saltate proprio al fine di evitare che un eventuale vincitore possa dare scacco matto al re.
Una reazione che si fa più pressante all'aggrumarsi di eventi, anche tragici, che possiamo cogliere nella selva delle relazioni personali fra storie di ordinaria violenza che lacerano e rammendano alla peggior maniera il tessuto sociale; così come negli eventi di pubblica rilevanza segnati dalla conclamata ipocrisia degli agenti infettanti che si dotano di scudi, di prerogative immunitarie, e di leggi ad personam e s'inventano, tanto per restare nella più stretta attualità, riforme inzuppate nel privilegio di casta e improbabili missioni di pace pensate per fare la guerra, lucrare sull'economia bellica, esportare armi e, colmo dei colmi, libertà e democrazia (come se ne avessero abbastanza!). E pazienza se poi qualche sottoposto in divisa crepa in terra straniera, tanto i morti sono carne da macello, figli di un'Italia minore che ogni giorno muore con estremo sollazzo di un nord secessionista e saprofita che irride l'unità nazionale e i suoi simboli.

Un ministro guerrafondaio e luciferino del malgoverno berlusconi ha dichiarato che "chi chiede il ritiro delle truppe fa sciacallaggio" dimenticando che gli sciacalli veri sono quelli come lui che sfruttano quei cadaveri per assecondare un'idea di libertà che nel loro cervello è tale solo perché nega quella degli altri.
E non mi si parli di lotta al terrorismo giacché le ingiustizie perpetrate dai potenti di ogni latitudine hanno poi fatto fermentare il fanatismo di religioni divenute inumane ideologie liberticide al servizio di politici, pazzi, fanatici che, a loro volta, uccidono se stessi e quanti si oppongono al proselitismo di ogni assoluto.
"L'idea più stravagante che possa nascere nella testa di un uomo politico" disse Robespierre, "è quella di credere che sia sufficiente per un popolo entrare a mano armata nel territorio di un popolo straniero per fargli adottare le sue leggi e la sua costituzione. Nessuno ama i missionari armati; il primo consiglio che danno la natura e la prudenza è quello di respingerli come nemici". E ancora: "Voler dare la libertà ad altre Nazioni prima di averla conquistata noi stessi, significa garantire insieme la servitù nostra e quella del mondo intero."

Lo so, è troppo per lorsignori sentir parlare di malgoverni (e di Stati) che mascherano, a proposito di ipocrisia, con altisonanti dichiarazioni di principio i veri motivi, spesso cinici e inconfessabili, che stanno alla base di ogni guerra, anche di quella che si combatte nei cortili di casa nostra con le armi della distrazione di massa da parte di un regime che spesso abusa del potere per violentare la democrazia.
Se al posto di uno Stato ci mettiamo un partito, una fazione, una setta, che con un'emblematica torsione morale, culturale e politica, si arroga il diritto di perseguire, costi quel che costi, un progetto di egemonia fregiandosi contemporaneamente del titolo di paladino della libertà, allora vuol dire che siamo capitati per caso in Italia dove la propagandata libertà è un vuoto simulacro che inganna gli animi e le menti.
La banalità del male ha fatto il resto: tutti colpevoli, tutti innocenti.
Non è più questione di etica pubblica o di morale comportamentale, giacché i vizi privati diventano seduta stante pubbliche virtù e non è il caso di andare a discettare sul confine tracciato non dal codice, ma dal rispetto irrinunciabile di elementari criteri di poteri e doveri, di diritti e di obblighi derivanti dall'instaurarsi di rapporti intersoggettivi fra eguali.
Chi prescinde da questo si comporta come colui che oggi in Italia detta legge.
Il malaffare è pane quotidiano, la propaganda di regime e la disinformazione ne sono il companatico.
I Magistrati, sfibrati dall'ormai ventennale, micidiale campagna di stampa foraggiata dal partito degli inquisiti (che è anche il partito dei corrotti e dei potenti), paiono travet depressi e demoralizzati, come gli insegnati e gli operai, i quali a volte sembrano elemosinare solidarietà e protezione non agli organi (deviati) dello Stato, ma ai cittadini onesti, agli studenti e ai gionalisti con la schiena dritta.
E si continua a galleggiare come se nulla fosse sui privilegi e sugli scandali, come in un mare di merda, stando ben attenti a non incagliarsi fra i cumuli di letame che affiorano dai bassifondi della politica.

Inutile citare Pasolini e la sua mutazione antropologica, il Palazzo però rende bene l'idea della fogna e da esso tutto sgorga fuori come acqua reflua, però al normale tanfo dell'eterna quotidianità del potere, oggi si mischia la pretesa di imputati che ricusano i giudici non per legittima suspicione (come si diceva un tempo) ma perché "nessuno mi può giudicare" nemmeno il Padreterno.
Un implicito riconoscimento di colpevolezza che l'arroganza esibita rende ancor più meritevole di almeno un tiro di sciacquone così potente da risucchiare nuovamente nella fogna gli scarti dell'onorata società.
Sembra che un oscuro sortilegio, una paralisi dei sensi e delle emozioni mediaticamente indotte, subito dopo il primo accadimento che funziona come un vaccino, ci attanagli, lasciandoci muti e indifferenti, anche quando eventi di ogni tipo e grado minano le basi della convivenza e del reciproco rispetto, gettando un'ombra lunga di incertezza e di precarietà sul futuro di ognuno.
Eppure la crisi, non solo d'ideali, che stiamo vivendo dovrebbe contribuire a rompere l'incantesimo mediatico, a incrinare l'immobilismo morale, mettendo ognuno di noi, pedine più o meno inconsapevoli di un gioco più grande di noi, davanti alla cruda realtà di ogni giorno.
Glia anatemi sembrano esorcismi d'occasione, le proteste sono sterili esibizioni di un malcontento fine a se stesso, le invettive si sprecano, qualche esagitato prova a ribaltare la forza della ragione con la ragione della forza. Scende quindi come un pesante sipario, la rassegnazione a chiudere gli occhi di chi si accontenta o finge di non vedere la desolazione di un panorama in cui, ad esempio, anche la scuola, intesa come palestra di vita e fucina del sapere, deve pagar dazio alla volontà sopraffattrice di uno Stato che ha abdicato alla sua funzione primaria per colpa di una classe dirigente ignorante, mediocre e affarista inspiegabilmente insediatasi proprio coartando la volontà di quel popolo di cui si bea nel continuare a penalizzare tutto ciò che richiama il Bene Comune e l'interesse generale.

Ho accennato alla scuola perché tutto nasce da lì (anche l'ignoranza dei presunti potenti) ma potrei fare decine di esempi parlando magari di sanità alla vigilia di un federalismo fiscale che fra costi standard, aumento della tassazione locale e taglio delle risorse penalizzerà soprattutto il Meridione offrendo differenziali di trattamento nella fruizione di servizi essenziali in favore delle Regioni italiane (o dovrei forse dire padane?) tradizionalmente più ricche (con sommo gaudio del dio popò).
Sarebbe logico aspettarsi dopo tanta rabbia repressa, una fisiologica reazione, una dose massiccia di sana indignazione, il "sentimento di sdegno e risentimento" recita il De Mauro "provocato da ciò che si considera riprovevole, immorale e sconveniente."
Invece non c'è niente di tutto questo, nemmeno l'accenno di un timido e corale signornò, quasi si avesse contezza di essere solo dei meri depositari di una vuota sovranità e dell'inutilità di qualsiasi protesta spenta sul nascere da un masochismo rinunciatario che ha l'amaro sapore della resa incondizionata.
In luogo dell'impegno sociale, degli ideali e dei sentimenti forti, sanguigni e nobili, ci sono le pulsioni deboli e volgari alimentate dai sottopancia della politica, il qualunquismo, la rassegnazione, il complice laissez faire, in un misto di consolatorio abbandono alla fatalità e di colpevole impaludamento nell'attesa di qualcosa o qualcuno che restituisca almeno un po' di speranza a un Popolo avvilito e disilluso.
Forse rimane il tempo per un moto di orgoglio democraticamente manifestato per rivendicare semplicemente il nulla garantito dal minimo sindacale inflazionato dall'interesse padronale con annesse giaculatorie recitate alla memoria della Res Publica, e restituire poi la scena all'indifferenza dei vinti e all'arroganza dei vincitori.

P.S. A Milano un tassista investe e uccide un cane. Lo picchiano e finisce in coma.
      Vale più la vita di un uomo o quella di un cane?





permalink | inviato da usoforesteria il 11/10/2010 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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